Per i primi cinquant’anni della sua storia ormai più che secolare si è chiamato “Cinema-Teatro Popolare”, prima che la ristrutturazione della metà degli anni Sessanta del secolo scorso portasse anche alla denominazione attuale di “Cinema-Teatro Arlecchino”.
Il nome originario colloca la nostra struttura nella numerosa “famiglia” di teatri “Popolari”, “Sociali”,“del Popolo” che all’inizio del Novecento vennero costruiti o allestiti per diffondere la cultura teatrale e musicale tra i lavoratori, in contrapposizione ai teatri esistenti, luoghi di ritrovo e di mondanità per la ricca e la media borghesia cittadina.
Teatri popolari tra Ottocento e Novecento
Nella seconda metà dell’Ottocento in molti paesi europei (Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Francia, Spagna, Gran Bretagna, ma anche nei paesi balcanici e nella Russia zarista, oltre che negli Stati Uniti) si tenevano rappresentazioni popolari in collaborazione con le autorità municipali e le locali federazioni dei lavoratori. Nei primi anni del Novecento venero fondati numerosi teatri popolari e molti di questi avevano la loro sede nelle Case del Popolo, sedi del movimento operaio dove i lavoratori si ritrovavano dopo la giornata di lavoro. Il primo Circolo d’arte drammatica socialista viene fondato nel 1890 proprio all’interno della prima Casa del Popolo belga, il Progrès di Jolimont 1.La situazione in Italia
In Italia la situazione era notevolmente arretrata, anche per l’elevatissimo tasso di analfabetismo che incominciò lentamente a ridursi, dopo l’unificazione, solo dalla fine degli anni Settanta dell’Ottocento con la promulgazione di leggi che rendevano obbligatoria la frequenza della scuola primaria. L’attenzione al fenomeno teatrale da parte delle classi popolari era però ben presente (lo prova lo sviluppo delle filodrammatiche), mentre assenti o disinteressate erano le istituzioni, in uno stato unitario di recente formazione che riteneva l’attività dello spettacolo un affare puramente privato che non doveva pesare sulle finanze pubbliche. In questo contesto un ruolo fondamentale fu assunto dalle organizzazioni politiche (innanzitutto, ma non esclusivamente, da quella socialista) per le quali anche la frequentazione di luoghi in cui ci si riuniva per divertimento, per svago, per assistere a rappresentazioni teatrali non poteva che rinsaldare i legami solidaristici, diventando un potente fattore indiretto di integrazione politica.A fine Ottocento
A fine Ottocento il riformismo socialista di matrice turatiana era particolarmente sensibile al problema della cultura popolare e dell’elevazione intellettuale delle masse: all’operaio si intendevano offrire non solo un accettabile livello economico e dignità politica e civile, ma anche un’adeguata formazione e concrete opportunità di fruire delle manifestazioni culturali. L’impegno per una cultura laica e non subordinata a quella dominante si traduceva nella centralità del problema della scuola, nell’accento posto sul ruolo della stampa e sulla necessità di costruire biblioteche popolari e centri educativi, ma anche nella promozione di teatri popolari che trovarono anch’essi collocazione nelle Case del Popolo (soprattutto nell’Italia centrale) o nelle sedi delle Società di Mutuo Soccorso. Considerato il carattere sociale e collettivo della fruizione dell’opera teatrale, nonché l’immediatezza del messaggio scenico, il teatro poteva rivelarsi, infatti, uno strumento particolarmente idoneo alla rapida diffusione della cultura fra gli strati più popolari.Anche a Voghera si sentiva l’esigenza di un teatro popolare.
A Voghera un “Teatro Sociale” esisteva, ma era il Teatro Civico: era stato edificato a metà Ottocento per iniziativa di una “Società per azioni” costituita da un gruppo di cittadini, appartenenti alla locale borghesia e nobiltà, e con un finanziamento di 25.000 lire, messe a disposizione dal Comune di Voghera, che si sommò al guadagno proveniente dalla vendita dei palchi, mediante estrazione a sorte tra gli azionisti. E in seguito al Teatro Sociale (aperto al pubblico nel 1845) si era affiancato il Politeama (1895-1913).
Cinquant’anni dopo, all’alba del nuovo secolo, però, secondo la testimonianza di Alessandro Maragliano 2, a Voghera si discuteva da almeno vent’anni della necessità di erigere un teatro popolare, evidentemente in contrapposizione a quello Civico che per tutta la seconda metà del XIX secolo aveva continuato la sua attività ininterrottamente, fornendo al numeroso pubblico spettacoli soprattutto musicali (la prosa, infatti, era ancora una sezione marginale del teatro).
La stagione operistica e quella di prosa del Teatro Sociale erano finanziate con un contributo (una “dote”) del Comune di 5000 lire annue che nel 1902 alla nuova amministrazione guidata dal radicale Vittore Bidoia apparve eccessiva e inopportuna in una fase di acutancrisi dell’economia cittadina e di pressanti problemi sociali.
Secondo i radical-socialisti “il Teatro cosiddetto Sociale… è in realtà uno specchio del classismo: i signori vanno nei palchi e il popolo può soltanto stiparsi in loggione.” 3
tesi a cui i moderati ribatterono sottolineando l’indubbia funzione culturale svolta dal Teatro, per la quale era indispensabile il sostegno finanziario dell’Amministrazione, oltre all’importanza economica del Teatro in città (posti di lavoro, incentivi al commercio).
Nel vivo della polemica emerse, da parte dei socialisti, la richiesta del riscatto del Teatro che così sarebbe potuto diventare un vero teatro comunale, in questo caso sovvenzionato ma anche aperto al popolo. Per dirimere la questione si fece ricorso al referendum popolare, il 10 aprile 1904: votarono 1.131 cittadini (su 2.470 iscritti a votare) che a maggioranza (626) si espressero per l’abolizione della “dote” comunale al Teatro come proposto dal sindaco Vittore Bidoia.
La “dote” venne ben presto ripristinata nel settembre 1904, dopo il ritorno di una amministrazione guidata dai moderati e venne successivamente ridotta a 500 lire dopo le elezioni del 1914, le prime tenutesi a suffragio universale maschile e vinte dalla lista monarchica clerico-moderata.
Il nuovo secolo si era aperto, nel 1901, anche con una svolta storica anche all’interno della Società Operaia di Mutuo Soccorso: la lista radical-socialista di Vittore Bidoia prevalse su quella dei moderati togliendo all’associazione il carattere paternalista che aveva conservato dalle sue origini (1851). In quell’anno l’Ente raggiungeva il più alto numero di iscritti della sua storia (mille), a cui si aggiungevano 57 soci onorari (tra cui compariva anche il Municipio di Voghera). Se si scorre l’elenco dei soci 4 si ricava l’immagine di una città ancora legata al contesto agricolo (la sua classe dirigente sino alla svolta del nuovo secolo era stata costituita in prevalenza da possidenti terrieri) delle sue fertili campagne, ma anche centro commerciale e, dopo Pavia, il maggior centro industriale della provincia (tessili, laterizi, abbigliamento; con la forza motrice del vapore che si affiancava ormai alla forza idraulica); una città che aveva ormai più che raddoppiato la popolazione che aveva al momento della nascita dello Stato unitario (1861 abit. nel 12.522, 26.638 abit. nel 1911), in parallelo con il dinamismo economico di quei decenni.
Dopo il ritiro di Bidoia (1906), alla guida della SOMS passarono i socialisti, che, tra l’altro implementarono le attività educative istituendo un corso serale di disegno che andò ad affiancarsi alle Scuole serali. Dopo la costruzione dei due plessi delle “case operaie” di via Dante (1903-1904) e di via del Popolo (1908), nel giugno 1913 l’assemblea dei soci accolse con favore la proposta del Presidente Luigi Ghezzi di costruire nel cortile della sede della SOMS il nuovo grande salone da adibire anche a teatro (già nella primavera successiva sarebbe stato terminato) con l’istituzione anche di una sezione filodrammatica “onde fornire ai soci trattenimenti onesti e istruttivi”.
Solo due anni prima, nel maggio 1911, la Società Umanitaria di Milano aveva inaugurato il suo Teatro del Popolo e molte piccole SOMS del territorio piemontese e anche del nostro Oltrepò si erano o si sarebbero dotate di un teatro. In quello vogherese da subito alle feste, agli spettacoli teatrali e musicali si affiancarono le proiezioni cinematografiche con l’acquisto del primo proiettore nel 1914 (l’anno successivo, 1915, pure il Teatro Sociale cominciò ad essere adibito anche a cinematografo). L’inaugurazione ufficiale della stagione teatrale avvenne il 7 giugno 1914 con la commedia “Le due dame” di Paolo Ferrari (Compagnia di Recitazione Città di Voghera) e quelle successive “furono principalmente organizzate dall’avvocato Augusto Sforzini in collaborazione con la rinomata “Scuola di Recitazione di Milano” di Giannino Antona Traversi con rilevante presenza di pubblico.”
- Alice Strazzeri, L’affermarsi del Teatro popolare fra Otto e Novecento, 2021
(https://www.vanillamagazine.it/l-affermarsi-del-teatro-popolare-fra-otto-e-novecento/) - La testimonianza è riportata in Fabrizio Bernini, Angelo Vicini, I 140 anni della Società Operaia di Mutuo Soccorso in Voghera 1851-1991, Comune di Voghera-Cooperativa Editoriale Oltrepò, 1991, pag. 135.
- Vittorio Emiliani, Sessant’anni di elezioni 1901/1964 in una città padana., Edizioni Alfa, Bologna, 1966, pag. 29.
- Fabrizio Bernini, Angelo Vicini, I 140 anni della Società Operaia di Mutuo Soccorso in Voghera 1851-1991, Comune di Voghera-Cooperativa Editoriale Oltrepò, 1991, pagg. 101-112.